Oggi desidero parlare del Potere nell’organizzazione, la dimensione politica.
Spesso mi trovo di fronte a grandi professionisti che confondono il potere con l’avere posizioni socialmente rilevanti.
Agire il potere NON corrisponde necessariamente ad avere una posizione di
potere.
La posizione è titolata, non la persona.
La persona lo è solo di riflesso.
Possiede quindi un potere derivato.
Mi ha molto colpito qualche anno fa un saggio in cui Benedetta Tobagi portava questa riflessione: “Potere: un sostantivo e un verbo in bilico fra dominio e libertà”.
E desidero partire proprio da qui, dalla dualità insita nella parola, dalla quale si generano convinzioni e azioni opposte, soprattutto nelle organizzazioni moderne.
Come sostantivo il potere ha a che fare con il dominio, con il controllo, con l’autorità.
Come verbo (aggiungo e sottolineo servile) ha una natura diversa e offre infatti libertà di espressione e di esistenza.
Dunque se fino ad oggi hai pensato al potere come a qualcosa di statico, come ad es ad una etichetta, sappi che esiste un altro modo di pensarlo e conseguentemente di agirlo e incarnarlo.
La prima conseguenza di questa affermazione è che essere potenti ha poco a che fare con titoli e blasoni. Ha invece molto più a che fare con l’azione.
Il potere, in quanto possibilità, è l’espressione concreta di un processo di relazione fra due o più parti che cooperano affinchè si realizzi, per tutti, la possibilità desiderata, ossia di dare e ricevere quello che entrambi vogliono dall’altro e non hanno in sè.