Luca, ingegnere gestionale e consulente di successo, in un grande società internazionale, con sede a Milano e Londra, aveva dato tutto alla carriera, sacrificando moltissimo della sua vita personale, come spesso succede purtroppo ai molti che si affidano alla formula “fatica, sudore e ricompensa”..
Il sogno, di questo 40enne vincente, era quello di diventare partner; la carica di MD oramai gli era stretta, e viveva questo sogno come ricompensa e realizzazione della sua ambizione.
Entrambe le città erano ormai diventate interscambiabili nel riconoscerle, non tanto come casa, ma piuttosto come luoghi nei quali lavorare, lavorare, lavorare…
Il tempo fuori dall’ufficio, del resto, era così limitato e occasionale, che non avrebbe potuto esprimere una preferenza reale.
Per lui l’importante era diventare partner.
Dove: era solo un dettaglio trascurabile.
Luca mi ha raccontato di essersi sacrificato per anni, continuamente e senza sosta, perché per lui quello era l’unico modo possibile per ottenere quello che voleva.
Per meritarlo.
Per dimostrare che gli spettasse di diritto.
E poi glielo avevano anche, in qualche modo, prospettato come “trofeo” raggiungibile, non direttamente, ma con delle promesse velate, vaghe, allusive in cui lui sentiva di dover e voler credere.
Si diceva: solo qualche mese ancora, e poi ancora, e poi ancora… e così, intanto, erano passati due
anni.
Nel mentre, era arrivato anche un nuovo collega, Michele, che nel giro di sei mesi era stato nominato MD e gli erano stati affidati clienti di prestigio, caratterizzati da budget rilevanti.
La ratio, non verbalizzata ma trasmessa, era: “sai su di lui possiamo contare, è uno di noi”.
Così Luca era arrivato da me: arrabbiato e frustrato.
Stanco e disilluso.
Reagiva a tutto ciò che incontrava, ma appunto reagiva, senza attuare nessuna strategia e tanto meno senza nessuna scelta volontaria e soprattutto consapevole.
Era evidente che si sentisse vittima di un’ingiustizia.
Procedendo nel suo percorso, scoprimmo che l’ingiustizia percepita non era riferita al “l’appartenenza”, non era lo status sociale che influiva sul preferire l’altro collega.
L’ingiustizia era racchiusa paradossalmente nel riscatto proprio da quello stereotipo “gestionale” che lui rifiutava.
Il suo tetto era una convinzione invalidante: prima di tutto la performance e poi le persone, altrimenti non fai carriera!
La convinzione era invalidante per lui ma anche per il contesto che non codificava correttamente il suo valore.
Troppo rigido, inflessibile, una macchina dalla logica ferrea. Ribaltata la convinzione, tutto si è facilmente risolto e le cose hanno progressivamente preso un’altra direzione.
Il cuore del lavoro fatto con Luca è stato il POTERE, per manifestare una leadership in grado di creare connessioni fra i membri e accogliere le reciproche aspettative, di nutrire lo scambio e sostenere l’evoluzione del conflitto che deriva dalla competizione.
Vincere la competizione con risultati eccellenti.
Ci abbiamo lavorato analizzando il potere sia come FORZA ma anche e soprattutto come POSSIBILITA’, trasformandolo in un dono a sua disposizione, in grado di dargli ogni giorno, in ogni situazione, la libertà di scegliere come agire, chi essere, come incarnare il ruolo di capo e leader.
Oggi Luca lo possiamo ammirare in tutta la sua competenza e la sua forza, fatta anche di accoglienza, relazione, equilibrio, vulnerabilità.
Ha raggiunto il suo obiettivo, diventando Partner di uno Studio di Consulenza internazionale.
E’ uno tra i più giovani, eppure, gli è stata anche affidata l’area dei talenti.
Succede spesso che qualcuno, a volte anche un pari livello, gli dica “Luca, senti ma qui, al di là della questione tecnica, come li mettiamo d’accordo tutti? Che idea suggerisci tu che capisci le persone davvero?”
Nelle nostre sessioni ormai mi racconta: “Sai Antonella, io adesso ci rido sù perché, solo 3 anni fa, non capivo neppure me stesso. Non sapevo chi fossi. Ero convinto di desiderare una cosa, sacrificavo tutto e invece, quando ho trovato il coraggio di usare il mio potere in modo diverso, questo mi ha
spinto fino a dove sono. Senza nemmeno fare più quella fatica!”
E’ così che si governa e si esprime la leadership in modo assolutamente distintivo.
Su se stessi e sugli altri.
Fammi sapere cosa ne pensi.
Ti aspetto nei commenti.