La comfort zone è una dimensione interiore, è il nostro quartiere generale mentale. La nostra “casa”.
É una cella perfetta, anche, quando ci limita e ci fa vedere ogni cambiamento, o ciò che è sconosciuto, come possibile pericolo.
Siamo nella zona confortevole anche quando non riusciamo a trovare via d’uscita dai modelli che ci portano a scegliere soluzioni note, che magari non funzionano piú. Ci accontentiamo del concetto “qualcosa, è meglio di niente”.
Questo è un modo di agire che alla lunga, si ritorce contro quello stesso spazio che chiamiamo casa: ci fa vivere solo i suoi limiti.
Una relazione professionale insoddisfacente, di cui ci lamentiamo in continuazione, funziona da comfort zone nella misura in cui tutto è prevedibile e avendo familiarizzato con certi meccanismi, ci fa sentire
tranquilli: non corriamo rischi inutili.
Il vantaggio è rappresentato da queste affermazioni: Qui sono riconoscibile, non sono uno qualunque, ho un mio posto. Appartengo.
Così come lo è quella che chiamiamo inettitudine di colleghi e capi: un’etichetta rassicurante che ci permette di continuare a fare quello che stiamo facendo!
E ci autorizza a sentirci migliori di loro.
La comfort zone è, in realtà, un’area interiore dove tutto è familiare, prevedibile, certo. Dove il nostro cervello può lavorare in economia, con pochi dati, poiché fa fronte a tutto quello che gli manca con ciò che già conosce dal passato.