Ho deciso oggi di trattare un tema apparentemente leggero o superficiale che, ahimè, non lo è per gli effetti che produce…
Lo spunto arriva dallo spiacevole odore che colpisce, spesso avvertito negli ambienti di lavoro, affollato e a temperatura ambiente.
Quando arriva l’estate, nessun luogo può essere considerato immune da quella che, comunemente, chiamiamo puzza:
La sintesi di un giudizio filtrato dal nostro olfatto, esattamente come tutti gli altri giudizi, figli delle nostre percezioni e quindi dei nostri sensi.
L’olfatto percepisce un odore.
Il cervello lo cataloga come sgradevole e sgradito.
Il linguaggio lo esprime come puzza.
Ecco il processo in estrema sintesi.
Sappiamo che gli odori, come il risultato di tutte le altre nostre percezioni, sono influenzati dalla cultura: culture differenti giudicano profumo o puzza elementi molto diversi fra loro.
In ogni caso, cultura a parte, stare in una stanza dove aleggia un odore sgradevole, ammorba l’animo, rendendoci più suscettibili, meno tolleranti, più inclini alla lamentela.
Non vediamo l’ora di andarcene lontano…
La puzza invade tutto. Pensiero e volontà comprese.
Le performance, e prima ancora le idee, crollano, si disfano, si annientano!
Occorre fare qualcosa: ma cosa?
Come comportarci in modo politically correct nei riguardi dell’untore o untrice?
Le buone relazioni con gli altri (in altre parole il clima di collaborazione di cui spesso parliamo) passano anche da qui. Dalla gestione di questioni talvolta imbarazzanti, o semplicemente scomode da trattare, nasce una macro evidenza che dimostra che se si opta per trattarle, nel modo adeguato e funzionale, la relazione tra gli interlocutori migliora immediatamente, passando spontaneamente ad un livello più profondo, più personale ed intimo.
Ma come si fa quindi a dire a qualcuno che, per colpa della sua ascella puzzolente, l’aria della stanza che condividiamo, è viziata e insopportabile e che questo ci reca un grande fastidio, al punto da diventare un pensiero ossessivo e invalidante? Si può davvero dire?
Assolutamente si’.
Mi sono trovata in questa situazione ieri, ancora una volta, e ho scelto di non tacere più, fingendo trascurabile, un tema che non lo era per niente.
Ho scelto quindi di parlare. Di dare voce al mio disagio. L’ho fatto dopo aver ripercorso mentalmente le possibili reazioni, le obiezioni, le ritorsioni, insieme alle emozioni che l’altro avrebbe potuto dire o provare.
Non dico sia stato facile, non è stata certamente una passeggiata, dico però che ne sia valsa la pena, per queste ragioni, che ti elenco:
- Per quello che ho imparato
- Per la qualità della relazione con l’altro, che da ieri ha acquisito un livello di profondità superiore
- Per la mia autostima
- Per la mia reputazione
Ho imparato che il sentimento di cura per l’altro (riassumibile in senso più ampio come “amore”) anziché il giudizio, può fare la differenza.
L’ho proprio sperimentato ieri mattina mentre affrontavo questa annosa questione.
Decidere di parlarne ha davvero fatto la differenza, non solo per le parole che ho scelto di dire, ma soprattutto per il tono che ho scelto di avere ed utilizzare.
La mia intenzione di “cura” è arrivata prima e più forte del contenuto che, per quanto attenta ed elegante, parlava pur sempre di una criticità personale (l’odore che l’altro emanava per me sgradevole).
Ho imparato che la franchezza e l’autenticità con cui ho espresso il mio disagio è stato per l’altro un elemento di comprensione, un punto di vista al quale non aveva mai prestato attenzione e dunque, come mi ha detto, un dono.
Insieme abbiamo allargato gli orizzonti e ampliato il discorso. Siamo passati a parlare infatti di altri episodi. Ad esempio di quanto spesso succeda che qualcuno ci abbia evitato senza averne capito il perchè.
Ti è capitata una cosa simile? Pensaci.
Quelle occasioni sono esattamente le volte in cui si preferisce non affrontare una questione “scomoda”, generando inevitabilmente un malessere, proprio per non averlo fatto (sia in noi che nell’altro) e creando una conseguente frattura o distanza.
Dell’altro ci possono essere sgraditi l‘alito, il tono di voce, il fatto che ci tocchi continuamente mentre parla, che ci stia troppo vicino fisicamente, la mano sudata e appiccicosa nella stretta di saluto: qualcosa di noi manda il segnale, difficilmente può essere accolto e compreso se non è accompagnato.
Rompere gli indugi, prendere coraggio, dare voce al malessere, di qualunque entità o natura sia, genera fiducia nella relazione, aprendo la possibilità di affidarci reciprocamente per meglio comprendere la qualità del nostro scambio. Fare questo passo genera valore. Un valore raggiungibile sono quando si entra nella dimensione dell’autenticità, uscendo dalla logica della forma e del giudizio,
Scegliere la condivisione, significa sceglierla a 360°, senza filtri o riserve.
Avere cura degli altri passa anche dall’affrontare questioni “scomode”.
E tu, che grado di condivisione scegli? A che grado ti senti di poter arrivare nella costruzione delle tue relazioni? Sei autentico o condizionato dalla forma e dalla paura del giudizio?
Ti aspetto nei commenti