Quante volte ti sei trovato sul punto di prendere una decisione e qualcosa ti ha trattenuto? Sai che è la decisione giusta, che quello che otterrai sarà di più di quello che hai già. Anzi sai, che probabilmente farà la differenza. Eppure, tentenni, oscilli fra, “Adesso lo faccio” e “Non ho analizzato a sufficienza la situazione, in fondo, non ho raccolto tutti i dati, quindi non posso decidere. Devo rimandare!”. E poi ancora “Non sono proprio convinto che questa volta sia davvero diversa dalle tante altre volte” oppure “Forse il motivo vero per il quale ho scelto questa soluzione non è poi cosí vero” e ancora “In fondo non mi posso davvero lamentare. Altri al mio posto farebbero i salti di gioia”
Sono certa che in qualche modo ti ritroverai in questi dialoghi interiori. Ne sono certa perchè fanno parte di tutti noi. Anche di me!
Io, nel mio linguaggio, le chiamo controdeduzioni, ovvero convinzioni potenti, che sanno fare bene il loro sporco lavoro, ossia proteggerci da qualunque perturbazione possibile.
Quante volte ho sentito i clienti raccontare di dubbi, incertezze e di domande che ritornano sempre e sempre… Situazioni tutte riconducibili ad un’unica scomoda questione: la fiducia in sé stessi.
E non sto parlando della fiducia nel proprio valore professionale! Assolutamente no. Mi riferisco alla fiducia in sé stessi, quella che poi viene declinata in ogni ambito, anche quello lavorativo.
Per affrontare questo argomento, ho scelto di raccontarvi la storia di Alessandra. Una bravissima professionista piena di dubbi, moltissimi dei quali persistenti e presenti nella sua mente, già da prima del nostro incontro.
Alessandra è una manager, decisamente competente, di circa 50 anni, che incontro dopo che, per il secondo anno consecutivo, nonostante un Performance Track eccellente, non ha ottenuto la promozione ambita. Lei ha quindi deciso che era arrivato il momento di capire perché il suo capo continuasse a preferire altri al suo posto per la guida del Team in centro Europa. Uno degli incarichi più prestigiosi, spesso propedeutico per la posizione di Managing Director.
Mi racconta che, quando ha scelto di affrontarlo, alla fine del colloquio, lui le aveva offerto un percorso di coaching per potenziare la sua Leadership. Secondo lui la Leadership di Alessandra non funzionava perché non favoriva la crescita interna.
Lei aveva scelto di declinare l’offerta rispondendo “Grazie ma non fa per me, le mie persone sono contente di lavorare con me, mi dicono che sono una problem solver eccezionale. Che da me imparano moltissimo sul Business e nessuno potrebbe insegnare loro il mestiere meglio di me. Se vuoi che impari qualcosa non è di certo sulle soft skills, il nostro mestiere si fa con i numeri, i processi e i clienti”.
A quel punto il capo sorpreso le rispose: “Grazie a te per la franchezza. Ti auguro un grande successo!”.
Ricevere quella risposta era stato per Alessandra molto destabilizzante, peggio di una discussione dai toni accesi. L’ha capito ancor di più nei giorni successivi perché quella frase ritornava con tutto il sapore amaro, il sapore dell’incomprensione che genera una frattura profonda, anche se non verbalizzata.
All’improvviso un giorno, mentre rientrava a casa, finalmente quella frase ha risuonato nella sua testa nel modo vero in cui doveva suonare, attivando quindi nuove risorse e considerazioni in lei:
“Grazie per avermi detto che non hai bisogno di nessuno, che sei felice così come fai, nonostante io avessi desiderato qualcosa di differente per te. Se questo è quanto vuoi tu, io ti auguro il meglio con sincerità e mi faccio da parte”.
Le parole del suo capo, reinterpretate in questa chiave, sapevano ora di sconfitta, di rinuncia e facevano molto male. Per quanto fosse un messaggio di rispetto per lei e per le sue scelte, sapeva di rassegnazione e forse anche di delusione.
Alessandra realizza quindi in autonomia che forse avrebbe dovuto accogliere il consiglio, invece che rifiutarlo, fingendo di essere a posto così.
Nel primo colloquio mi racconta infatti questo:
“La verità è che non ero affatto felice. La mia soddisfazione era solo apparente: mi stavo accontentando perché non riuscivo a fare un passo verso il cambiamento. Temevo di perdere la mia competenza, la mia unicità. Temevo il dovermi mettere in discussione. Invece che leggere l’invito del mio capo come uno spunto costruttivo per lavorare su di me, per esprimere al meglio il mio potenziale, in cui lui evidentemente credeva moltissimo, io l’avevo colto come una critica che non ero disposta a ricevere. Improvvisamente riuscii ad ammettere che di un coach, di qualcuno di esterno con cui parlare, ne avevo un disperato bisogno. Avevo soprattutto necessità di qualcuno in grado di comprendere quello che stavo attraversando, con cui confrontarmi sulla mia situazione di stallo, ossia la gabbia della competenza che mi soffocava. Qualcuno che non mi offrisse semplicemente la comprensione pagata e compiacente data facilmente ai vincenti, ma qualcuno che mi facesse rompere il guscio per attivare nuove risorse involontariamente da me bloccate.
Su questo punto Alessandra aveva insistito molto
“Non so cosa farmene dei convenevoli – Sai è successo anche a me ti capisco. Essere bravi è una condanna. Io non voglio essere capita, non mi arrendo semplicemente a questo. Non mi basta!”
“E quindi? Cosa desideri allora?” Le chiedo, interrompendo questo suo dialogo interiore.
Solleva gli occhi e mi guarda, ed io intravedo lo sguardo di chi vede qualcosa per la prima volta.
“Cosa desidero?”
“Sì, esatto: cosa desideri. Quello che non vuoi lo hai detto. Prova a dirmi cosa vuoi davvero…”
“La verità è che vorrei essere in una situazione professionale migliore, vorrei non dovermi confrontare tutti i giorni con la mediocrità. Vorrei avere colleghi che non sono sempre pronti a puntare il dito per colpirti così se tu sei meno brava, così che anche loro possano sentirsi validi.”
“Bene, ma dammi una risposta: quanto mi hai appena detto di certo non esprime un desiderio, è solo una lamentela. Assolutamente comprensibile, ma sempre lamentela rimane. Anche il genio della lampada avrebbe difficoltà a realizzare qualcosa, se gli mancassero le coordinate… Proviamo quindi in un altro modo. Ti faccio un’altra domanda: come vorresti sentirti diversa?”
In quel momento Alessandra ha immaginato sé stessa, si è vista, si è ascoltata. Si è visualizzata l’immagine di sé al lavoro con altri. Realizzata. Felice.
In quel momento, ha perso l’equilibrio per alzare la testa e guardare oltre. E ha fatto il passo in avanti. Si è aperta alla fiducia – con me – nel viaggio che insieme da lì avremmo realizzato. Ha provato gratitudine per quel suo capo che le aveva offerto un aiuto, fidandosi della sua possibilità di imparare e crescere, facendo ancora meglio.
E’ così che inizia il “viaggio dell’eroe”, che in questa storia si chiama Alessandra, dove il drago da affrontare, è quello che le impedisce di realizzare ciò che davvero desidera.
Per Alessandra, il tema della fiducia, era l’elemento chiave o meglio era proprio la chiave che le bloccava la serratura della gabbia dove regnava la sua competenza.
La fiducia in questo caso non riguardava le proprie capacità o le proprie competenze o il modo di interpretare il proprio ruolo. Alessandra tutto questo lo aveva. Era solido, direi inespugnabile.
Riguardava l’esterno. Gli altri. La vera criticità per lei era quella di non sapersi affidare ai colleghi perché inconsciamente interpretava questo passo come un’ammissione di non competenza, temeva di ritrovarsi con una specie di lettera scarlatta cucita sul suo abito, e di essere così estromessa dal gruppo.
Erano queste paure a condannarla alla gabbia.
Per risolvere la sua situazione, ma in generale anche per tutti noi, prendo in prestito una citazione di Massimo Gramellini: “Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo”
Questo è il clic: perdere il vecchio equilibrio per poterne ristabilire uno nuovo.
Scegliere di permettersi di passare in mezzo a quell’incertezza, a quel vuoto, a quel rischio, per potere trovare un nuovo equilibrio funzionale.
Alessandra, nel percorso con me, ha saputo mettere in campo risposte che le hanno permesso di costruire relazioni a sua misura, nutrienti e potenti, anche quando incerte e brevi, e in questo modo è riuscita a realizzare pienamente sé stessa.
Fiducia e gratitudine, i due nuovi ingredienti della sua personale ricetta.
Con Alessandra abbiamo costruito insieme una leadership partecipativa.
Questo ed altri argomenti saranno trattati nel mio nuovo percorso Relationshift – Empower your Leadership.