Oggi vi parlerò di alcuni elementi ricorrenti, pezzi di storie, che ritrovo spesso nell’ascolto dei miei clienti. Hanno tutti una caratteristica comune: impediscono loro di agire per andare oltre o semplicemente procedere.
“Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia.
Perché oltre la nera cortina della notte, c’è un’alba che ci aspetta”
Khalil Gibran
Li chiameremo genericamente impedimenti, tutti quei prodotti della mente, come pensieri e convinzioni, frasi che ci ripetiamo, credenze comuni, concatenazioni di causa-effetto che, in qualche misura, hanno un impatto fisico sulla nostro modo di agire: diventano blocchi, veri e propri muri, che ci impediscono la vista dell’alba.
Si frappongono, ostacolano, nascondono alla vista e dunque cosa evitano alla persona?
Fermiamoci un attimo insieme per entrare nel mondo delle cause.
Ho già parlato di come molte culture organizzative – e non solo – si fondino e agiscano i loro sistemi di riconoscimento (premio/punizione) su innocenza, colpa, giudizio.
Dividono il mondo in fazioni: i buoni, i cattivi oppure i mortali e gli immortali…
In queste culture, una delle funzioni ordinarie dei ruoli di autorità è la ricerca del colpevole (individuo o gruppo) sul quale scaricare gli errori o la mancanza di un risultato o un insuccesso o della felicità, o della fortuna.
In quelle culture alcune figure prosperano (i giudici giusti) e altre periscono (i colpevoli sbagliati).
Entrambe le categorie si portano addosso il peso e la potenza delle etichette che li hanno connotati: i giudici, gli eletti e quindi gli immuni, sono i favoriti dalla sorte, mentre i colpevoli, le pecore nere e quindi i demoni, sono i catalizzatori di guai, disgrazie, sciagure e miseria.
L’etichetta diventa la ragione dichiarata per la quale non possono fare carriera, brillare in quel luogo, riscattarsi: tutto il sistema (azienda, famiglia, gruppo) dice loro che, non solo, non sono capaci di fare bene il loro lavoro o il loro compito, ma dice soprattutto che sono sbagliati.
Hanno la colpa atavica dell’imperfezione!
Ed è questa maglia da perdenti che gli “sbagliati” si sentono indossare, vivendola quasi come una seconda pelle, cercando, spesso invano, di strapparsela di dosso!
La colpa che sentono è il risultato di relazioni che per anni hanno accettato, loro malgrado, di gestire in quel modo.
La gestione, ovvero la reazione inconsapevole che hanno messo in campo, è il primo elemento che abbiamo la necessità di esplorare nelle sessioni di coaching e portare a consapevolezza.
Ti ricordo che tutto ciò che rimane sotto il livello della coscienza è sconosciuto per te ma non per la tua mente (!); infatti ne condiziona comunque – che tu lo voglia o meno – le possibilità di risposta.
Per iniziare quindi il viaggio di scoperta di questi aspetti non sempre così visibili, pongo in genere una domanda che suona circa così:“cosa hai fatto fino qui” per cancellare quel giudizio, quella lettera scarlatta di cui senti addosso il peso?”.
Grazie al clima di fiducia e accoglienza che insieme costruiamo, ho spesso come risposta di ritorno un elenco nutrito di comportamenti, azioni e logiche a sostegno.
Il filo conduttore di tutte queste azioni, comportamenti, frasi dette, è il problema che la persona vuole risolvere: io non sono sbagliato, ho sbagliato ma, grazie al mio impegno, posso imparare e non sbagliare più!
È la trappola in cui cadono, accettando la sentenza di imperfezione, cercano le strade per confutarla, controbatterla, modificarla.
La trappola è accettare, ritenere giusta la convinzione del concetto “perfetto vs imperfetto”.
Ecco il blocco che genera l’impedimento
Da qui ha origine il copione relazionale (malsano) che essi continuano a ripetere all’infinito.
E’ proprio questo copione che innesca i cosiddetti comportamenti riparatori, dei tentativi agiti, che hanno lo scopo di rendere evidente al mondo di essere meritevoli.
“Merito anch’io quella posizione, o quella promozione, quell’opportunità, perché io non sono sbagliato”.
“Ho sbagliato una volta e ora ti dimostro che sono capace”.
Quando ascolto i loro racconti sento il dolore, la rabbia, la frustrazione, la fatica di ciò che hanno fatto e continuano a fare per dare sostanza a quel “perché io non sono sbagliato”, e almeno uno di questi schemi mentali, i più frequenti, mi si palesa:
1 – Ampliare l’analisi, il sapere, la ricerca, incrementando dati, informazioni tecnico-specialistiche.
2 – Fare tutto il possibile e, soprattutto l’impossibile, secondo la logica del sacrificio a qualsiasi costo.
3 – Agire come sempre, lavorando sodo, tenendo giù la testa con umiltà, perché convinti che alla fine premierà
4 – Fare di più e far vedere maggiore impegno, motivazione, ingoiando il rospo, oltre al sacrificio, manifestando un’adesione incondizionata.
Ho descritto in sintesi cluster di comportamenti, azioni e pensieri che si stratificano negli anni e creano schemi complessi: dedicherò altri approfondimenti a ciascuno di questi cluster nei miei prossimi articoli su questo tema.
Ti parleró anche del “che cosa nascondono alla persona”, della loro funzione.
Se ad oggi ti sei riconosciuto in uno o più di essi, chiamami e insieme proveremo a capirne di più: ogni storia può essere ri-scritta, portandoti sulla strada che permette di vedere l’alba!