I comportamenti riparatori raccontati attraverso i copioni malsani

Il primo dei comportamenti riparatori è l’analisi, il sapere, la ricerca di dati, informazioni tecnico-specialistiche.

Ricordo che la trappola è accettare, ritenere giusta la convinzione del concetto “perfetto vs imperfetto”.

Questo è il blocco che genera l’impedimento e il copione relazionale (malsano) che le persone, in questa trappola, continuano a ripetere all’infinito allo scopo di rendere evidente al mondo di essere meritevoli.

Quando viene messo in atto il primo dei comportamenti riparatori, nel nostro cervello scatta questo pensiero: “Divento perfetto se…

… analizzo nuovamente tutto e con maggiore profonditá,

… studio e mi specializzo

… amplio i dati di cui dispongo

… trovo nuove informazioni o studi a sostegno

… divento il punto di riferimento su questo tema

e così elimino la causa della mia imperfezione!”

Un omaggio alla logica lineare che risponde al PERCHÈ, ovvero il cercare le ragioni, del successo o, in questo caso, dell’insuccesso, nelle cause, nei razionali che spiegano e in qualche modo giustificano la scelta.

Un processo chiuso e finito dove spiegare non equivale a risolvere. Anzi!

Per spiegare spesso si deve tornare nel tempo passato, dove lo sguardo indagatore, ricerca, seleziona, costruisce sillogismi perfetti.

Le cause sono sempre prima e, a volte, oltre ad essere lontane nel tempo, sono anche dolorose, o faticose, o imprecise, e quindi più difficili da mettere a fuoco, da identificare.

I pezzi mancanti vengono aggiunti, modificando spesso il vissuto di quei ricordi di cui sono portatori.

Ma di tutto questo la persona (lo “sbagliato”) non tiene conto: la condizione profonda e inconsapevole che guida questo processo è che ad una causa data sicuramente –

avverbio ricorrente – corrisponde un determinato effetto.

Dunque, parliamo sempre di cause che rispondono alla domanda “Perché è successo quello che è successo?”, ovvero di cause che spiegano, che rendono evidenti le ragioni, la correlazione fra causa ed effetto, definiscono il problema.

Dunque la spiegazione delle cause diventa la strategia di intervento per eliminare la lettera scarlatta.

Questa convinzione potente alimenta la strategia riparatoria: se elimino la causa del mio problema, elimino il problema.

Nella testa dello “sbagliato” questa convinzione si fa strada e recita più o meno: “Se cancello l’errore, non sono più sbagliato e sicuramente posso avere la carriera che merito, il riconoscimento, la gioia, l’amore…”

Ed ecco che abbiamo trovato il punto di inciampo, il punto dove ciò che accade differisce dalle aspettative di ciò che dovrebbe accadere, secondo noi.

E’ questo l’inciampo che produce i 4 comportamenti riparatori fallimentari raccontati nell’articolo precedente. Tutti modi di fare estremamente diffusi nella maggior parte delle organizzazioni.

Apparentemente diversi, i 4 comportamenti sono in realtà tutte variazione della medesima strategia, sempre volta ad identificare quale inadeguatezza produca la condizione di sofferenza in cui mi trovo, per cercare di rimuoverla

Come abbiamo anticipato all’inizio di questo articolo, la trappola è nell’accettare, fare proprio il giudizio.

Purtroppo nei fatti queste soluzioni non rimuovono il problema che,

essendo un giudizio, ha a che vedere con la cultura di chi lo emette in quel sistema.

Gli effetti sono dirompenti, per la persona e per il sistema: nutrono le idee, i pensieri, le convinzioni e le azioni che vi albergano.

Chi si affanna, per all’ampliare l’analisi, il sapere, la ricerca, incrementando dati è sorretto dalla presupposizione “Ho sbagliato perché non ne conosco abbastanza, ci sono molte cose che non so, non sono abbastanza specializzato. Mi manca qualcosa che devo approfondire”.

Quindi mi affanno a cerco altri dati, altre ipotesi, o faccio altri corsi, mi specializzo, studio, mi applico, entrando in un vortice di insoddisfazione continua, per non dire infinita.

Cerco di rendere visibile, in ogni situazione, la bontà di quello che so, la qualità, la serialità, la condivisione…  Intervengo su tutto e in ogni occasione, sono sempre presente, faccio assessment, colloqui di valutazione, studio, mi copro di titoli e certificazioni.

Il blocco oltre al quale non si vede l’alba è costituito da un insieme di comportamenti e di pensieri che oltre a non produrre soluzioni efficaci fanno degenerare la situazione.

Si crea un circolo vizioso fra il feedback proveniente dall’ambiente e il comportamento riparatore messo in atto da chi si sente giudicato, ossia da chi riceve quel feedback.

Un copione che si ripete, generando un progressivo peggioramento perché il giudicato sperimenta un irrigidimento: delle percezioni, delle aspettative, dei sentimenti.

Fino quando la situazione esplode.

Se ti riconosci, se hai colto qualche segnale non esitare a cercare un aiuto esterno.

Anche il voler fare o il gestire tutto da soli risponde alla trappola dell’irraggiungibile perfezione…

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Qui puoi intanto leggere la presentazione sintetica del percorso e del suo programma: