Il secondo dei comportamenti riparatori è “fare tutto il possibile e soprattutto l’impossibile!”
Questo secondo comportamento riparatore fallimentare si manifesta tutte le volte in cui facciamo prevalere la logica del sacrificio a qualsiasi costo.
Ricordo che la trappola è accettare – quindi ritenere giusta – la convinzione del concetto “perfetto vs imperfetto”. E’ da qui che parte il blocco che genera l’impedimento e il copione relazionale (malsano) che le persone, vittime di questa trappola, continuano a ripetere all’infinito, inseguendo la speranza di rendere evidente al mondo di essere meritevoli e validi.
Quando viene messo in atto questo specifico comportamento riparatore, nel nostro cervello scatta questo pensiero: “Divento perfetto solo se…
- mi comporto in modo politically correct
- rispondo immediatamente alla chiamata, a tutte le ore e in tutti giorni, week end compresi
- ogni richiesta mi attiva, anche quando non è diretta esplicitamente a me
- mi trasformo come vuole lo stile della casa o dell’ufficio o del contesto in cui sono (abbigliamento, linguaggio, luoghi di vacanza, frequentazioni, sport, cibo)
- mi adopero per risolvere o annullare ogni situazione che possa essere percepita come possibile disturbo
…così, finalmente, eliminerò la causa della mia imperfezione!”
Per entrare meglio nel mondo delle cause che generano dunque questa seconda strategia inefficace, prenderò spunto dal famosissimo film “Il Diavolo veste Prada”.
Andy – la seconda segreteria della boss – continua a sforzarsi per dimostrare a Miranda – la boss – il suo talento, affannandosi continuamente nel prevenire e/o gestire ogni possibile o presunta richiesta. Ha ormai accettato di essere chiamata Emily – nome generico che, la perfida Miranda, usa per tutte le sue segretarie, come forma di disprezzo.
Il problema principale, valido tanto per Andy, quanto per chiunque si riveda nei suoi panni, è che qualsiasi sforzo non basterà mai!
Runway, la preziosa rivista di fama mondiale, della quale Miranda è la direttrice, rappresenta anzitutto una religione. Un credo. Niente può sostituirsi alla fede incrollabile in questa filosofia aziendale, che poi non è altro che la filosofia di vita del Giudice insindacabile Miranda Priestly.
Tutti i colleghi ricordano continuamente alla povera Andy che in quell’ambiente “l’impossibile” è soltanto l’ordinario e ogni sforzo è nullo se non si “veste” la cultura del glamour dettata dalla rivista Runway, alla quale migliaia di persone ispirano la loro vita.
La giovane Andy si ritrova così ad aver scelto un ambiente lavorativo molto lontano dai suoi valori, ad esempio quelli condivisi dal fidanzato e dagli amici di una vita, ma se vuole lavorare a Runway, l’unica strada è adeguarsi…
Il sacrificio dei propri valori diventa in questo modo il prezzo da pagare!
Rispetto a quanto abbiamo visto nel precedente articolo, qui siamo dunque di fronte ad un peggioramento della situazione. Infatti, la rinuncia ai propri valori, comporta di entrare in conflitto con chi siamo. I valori sono i nostri motori vitali, i più potenti, e spegnerli comporta un’enorme dose di frustrazione, bassa energia, rassegnazione e rinuncia.
Ricordo che tutto questo processo avviene in modo inconsapevole per la persona. Senza volerlo si diventa estranei alla propria vita, affannati a fare, fare, fare.
Il disagio costante che si vive, è la spia di un bisogno estremo di sollievo dal malessere che lo accompagna, e che drena energia, fiducia in se stessi e in generale desiderio per la vita.
Quello che si genera, sperimentando questa frustrazione costante, si consolida come pensiero ricorrente, giorno dopo giorno, diventando benzina per autoindursi continuamente a cercare di realizzare l’impossibile (che è appunto il secondo comportamento riparatore disfunzionale che stiamo analizzando).
Ogni volta in cui le aspettative della “Andy di turno” vengono deluse, (nonostante l’enorme sacrificio!) si applica un aggiustamento al ribasso, svalutandosi e facendo ripartire la ruota, fino al giorno (drammatico) in cui, sentendosi con le spalle al muro e con l’acqua alla gola, dopo aver fatto tutto il possibile, includendo anche l’impossibile, si dirà “Basta! Io non ho più nulla da dare e da fare. Mi arrendo. Farò come vogliono loro, eseguendo i compiti anche se di scarsa qualità o privi di alcun valore!”
In questo modo potrà anche raccontarsi che così le stanno solo rendendo le cose più semplici e che in fondo lei potrà fare quanto le viene richiesto nel modo giusto, ossia come lo vogliono esattamente gli altri.
Osservate bene il bug! In questo processo non viene mai messa in discussione la premessa (o forse meglio dire la trappola) “perfetti vs imperfetti”
Il racconto di rinuncia appena fatto diventa la sola soluzione percorribile, ossia diventa la scelta obbligata di sopravvivenza. Da talentuosi iper-performanti ci si trasforma in yes-man o copia-incolla delle soluzioni facili, omologate e comode.
Questo senso di arresa lo ritrovo costantemente nelle parole dei miei clienti quando mi dicono: “Ho deciso, d’ora in avanti faccio solo il mio, mi occupo delle mie cose e cosí riesco a farle come vogliono loro. E poi, se non sono di mia competenza (inteso come raggio di azione e potere) faccio escalation, rimando al mio capo o al capo del mio capo”.
Il comportamento riparatore fallimentare è un progressivo adattamento al ribasso dal punto di vista della qualità della risposta, della performance, del commitment.
L’abitudine di pensiero che si genera è “mi accontento, mi spengo, mi adatto”.
Il vissuto tipico che accompagna lo stare in questo circolo vizioso è caratterizzato da rancore, risentimento e frustrazione.
L’achiver, l’high performer si spegne. Si annulla.
Ed è questo il sacrificio reale che, purtroppo, quando si è immersi nel vortice, non può essere percepito
Se ti riconosci, se hai colto qualche segnale che ti risuona, non esitare a cercare un aiuto esterno: anche pensare di poter fare sempre tutto da soli risponde, ancora una volta, alla trappola del perfezionismo.