Ho da poco concluso un percorso individuale con un direttore vendite Italia di una multinazionale. Si sentiva intrappolato, per non dire “marchiato”, dal giudizio senza appello che gli altri, direttamente o indirettamente, esprimevano su di lui: “Il primo della classe” – “Il battitore libero e solo” – “L’ego-riferito, concentrato solo su sé stesso”
Paolo, non più giovanissimo, mi racconta che da molto tempo si sente intrappolato in una serie di limitanti “etichette”, a causa delle quali, non riesce a fare quel salto di carriera internazionale che, sulla carta, dovrebbe essere quasi automatico.
Mi precisa immediatamente che il suo non è un problema di risultati. I numeri che porta parlano chiaro. Sono ottimi sia quelli suoi, che quelli della squadra che dirige. Non è neppure un problema di autostima, perché è perfettamente consapevole del proprio valore.
Dalle risposte alle mie domande emerge questa fotografia:
“Lavoro ormai da molto tempo. Ho maturato una grande capacità di analisi che si riflette in una execution di tutto rispetto, anche molto apprezzata dall’azienda. Succede tuttavia che, in una riunione con colleghi di pari grado o in un colloquio con il mio AD, quando incominciamo l’analisi delle attività e dei processi che non sono in linea con le aspettative – soprattutto se le cose risultano non essere state fatte, come si sarebbe dovuto – io mi senta chiamato in causa. Mi sento responsabile e immediatamente cerco di dare spiegazioni. Cerco di portare delle motivazioni sensate e ragionevoli. Lo faccio sempre, anche quando è un’attività che non rientra direttamente nella mia responsabilità o competenza. E’ come un automatismo incontrollato. Del resto, penso che conoscere le cause, sapere cosa generi un risultato, sia un indicatore della buona conoscenza di un determinato mercato o settore. E’ per me la conferma della seniority che si ha.”
Forte di questa convinzione, aggiunge nuovi particolari al suo racconto:
“Quando entro nella modalità dell’ analisi delle cause, il treno delle spiegazioni possibili ha il sopravvento. La mia testa si concentra per trovarle tutte. Per esporle tutte, spiegarle tutte, fino alla fine, così da mettere in mostra la mia competenza e la mia seniority, come fossero lo scudo necessario da impugnare. Mentre lo faccio, mi sento sempre più inutile, noioso, pedante e saccente, al limite dell’irritante. Ed è lì, esattamente in quel preciso momento, che subentra il senso di impotenza, come se fossi diventato io il colpevole di quel risultato deludente. Continuo così nell’iperbole delle giustificazioni e delle spiegazioni. La mia voce interiore mi incinta per trovare e dare una motivazione plausibile, ancora un’altra, ancora una… Arrivo alla fine esausto, svuotato. Sento di aver perso lucidità, ma soprattutto realizzo di non essermi minimamente curato – almeno fino a quel momento! – della scena che tutti hanno avuto davanti agli occhi per 10 minuti. Solo a quel punto (fermandomi!) vedo le facce e le espressioni che ormai riconosco dei miei colleghi. Insieme a quelle, arriva spesso, come colpo di grazia, anche il giudizio del mio capo (l’AD dell’azienda) che puntualmente mi ricorda quanto io sia incapace di cooperare con gli altri, quanto mi concentri solo su me stesso, come se fossi il primo e l’unico della classe. Io lo ascolto e mi sento di non potergli certo dare torto. Le facce degli astanti sono un’inequivocabile conferma.”
Nel percorso di business coaching individuale che Paolo ha fatto con me, ci siamo concentrati sull’esplorazione degli effetti indesiderati (nella maggior parte incontrollati) del proprio agire.
“Cosa percepiscono davvero gli altri di me? Cosa porto concretamente nell’organizzazione? Quale valore aggiunto o contributo ricevono i miei colleghi nel lavorare con me? E il mio capo?”
Affrontare il dolore e la frustrazione, generati dalla sensazione di rifiuto e di irritazione dei colleghi, uniti al disappunto dell’AD per l’eccesso di spiegazioni espresse da Paolo, è stato lo start del suo percorso di trasformazione.
Insieme abbiamo sbloccato risorse che Paolo intrappolava senza esserne davvero consapevole, riuscendo così a bloccare (quindi evitare!) il comportamento disfunzionale che lo ingabbiava, inficiando la sua crescita e condizionando il percepito del suo valore.
Basta attuare un meccanismo distorsivo per vanificare tutto il proprio operato!
Il mio lavoro serve a portare in luce zone d’ombra che, spesso da soli, non si vedono o si realizzano a posteriori, quando ormai non serve più riconoscerle, soprattutto se reiterate nel tempo.
Una chiacchiera gratuita con me, può immediatamente rendere visibile, quell’invisibile, tanto compromettente.