La maggior parte dei miei clienti quando mi incontra per la prima volta, a proposito di sé, mi parla immediatamente delle proprie competenze tecnico specialistiche.
Questa sorta di matrice scientifica che essi associano alla parola competenza viene “sbandierata” quindi come una specie di attestato di credibilità. E’ evidente che per loro, il racconto delle loro abilità, sia la necessaria rassicurazione da dare al “mondo professionale” sul fatto che essi siano davvero persone capaci.
Rimango sempre stupita dalla forza delle loro affermazioni e penso “Neanche fossi una Head Hunter!”. Ma, a parte questo, trovo il loro raccontarsi – attraverso le loro competenze – un gesto comunque molto coraggioso perché, immediatamente, mostrano una loro convinzione potente, ossia la sintesi della loro visione del mondo.
Ritrovo nelle loro parole – proprio nella forza e nella convinzione con cui le pronunciano – un tratto comune, uno schema di pensiero, attraverso il quale selezionano i dati che raccolgono nella loro esperienza quotidiana. Si tratta di un approccio che distingue “dati caldi” e “dati freddi”. I primi poco concreti e un pò magmatici; i secondi, quelli hard, molto logici e facilmente misurabili.
Naturalmente, per loro, i dati che contano sono quelli “freddi” ecco perchè me li raccontano con enfasi e dovizia di particolari. Un flusso infinito di numeri e indicatori di performance, figlie della competenza specialistica, del sapere fare le cose tecnicamente, dello studio ma anche del sacrificio e della dedizione.
Gli altri dati, quelli che io definisco “caldi” e molto più interessanti, li estrapolo dai loro racconti, senza quasi che nemmeno loro se ne accorgano. Gli indicatori a cui io presto attenzione hanno a che fare con feedback e cooperazione, sicurezza psicologica e gestione della pressione, clima relazionale, fiducia, gioco di squadra, etica, empatia… Tutti dati che si esprimono con un linguaggio differente e che hanno come misuratori (quindi indicatori della bontà di performance) la qualità percepita nel dialogo, il valore dello scambio, il clima che sanno generare.
La convinzione forte (e sulla quale diventa strategico lavorare!) è che questi dati “caldi”, non rappresentino delle vere competenze, in quanto dati non oggettivi, tangibili e quindi reali. Non nel senso che non esistano, ma nel senso che – in quella visione del mondo, che porta ad esibire gli attestati delle competenze tecniche – i dati “caldi” siano per loro irrilevanti, trascurabili o secondari. Per dirla in una parola che siano solo “fuffa” e che quindi non servano davvero per risolvere i problemi o per far scatti di avanzamento di carriera. Anzi, la falsa credenza è che spesso siano potenzialmente fonte di problemi che sfociano in sistemi mal funzionanti, rigidi, contrapposti.
Avrai ora intuito e compreso, che c’è qualcosa di prezioso che sfugge, nel continuare a credere che siano solo le competenze misurabili a determinare il successo, e che sia quindi indispensabile scoprire le tante altre fonti di merito, così da poterle attivare e soprattutto allenare.
E’ sugli INVISIBLE ASSETS che si gioca la partita della distinzione dalla massa per rendersi interessanti, desiderabili e quindi potenzialmente più “potenti”.
Nel mio percorso Relationshift, dedicato allo sviluppo della leadership per esprimere al meglio potere ed influenza, si ha modo di scoprire quanto sia strategico considerare le tante e altre sorgenti di valore e merito (e quindi anche di potere!), indispensabili per generare fiducia e consenso, mantenendo la propria integrità.
E’ attraverso l’acquisizione di queste consapevolezze che si riesce ad attuare quel “salto” necessario per ottenere il successo che si desidera, sentendosi completamente allineati ai valori in cui si crede.